Caro Presidente, per le carceri è tempo di grazia. di Franco Corleone

Sergio Mattarella ha un prezioso strumento nelle sue mani per fermare una catastrofe quotidiana.

“Caro amico ti scrivo” cantava Lucio Dalla e quel testo intrigante mi ha suggerito di inviare un messaggio sulla tragedia delle carceri a Sergio Mattarella: “Caro Presidente”, non è facile trovare parole convincenti e sufficienti per descrivere una realtà forse conosciuta nei numeri ma non nel disastro quotidiano, nella catastrofe umanitaria che silenziosamente vi si svolge. Si sono celebrati, ipocritamente, i cinquant’anni della riforma penitenziaria ma guardandosi bene dall’affrontare le ragioni profonde, culturali e sociali della crisi irreversibile di quest’istituzione totale.

Un luogo senza senso, senza tempo e senza speranza che si limita a contenere corpi ammassati senza dignità, quando si tratterebbe di immaginare la reintegrazione sociale di quelle persone in strutture di accoglienza da predisporre sul territorio. Il governo pensa invece a edificare cubi di cemento armato prefabbricati all’interno delle carceri, eliminando così anche i pochi spazi verdi esistenti. Si profilano affari edilizi e nulla sembra in grado di fermare questa macchina della vendetta contro i poveri. Di fronte a una modesta proposta del presidente del Senato di concedere un piccolo sconto di pena per far passare il Natale a casa, la risposta arcigna e negativa del sottosegretario Mantovano è stata di chiusura perentoria.

Una chiusura capace solo di fomentare rivolta e rabbia e dunque ancor più carcere, dopo che il governo già ha rubricato come reato ogni protesta nonviolenta. Così cresce anche la protesta estrema dell’autolesionismo. Il numero dei suicidi è impressionante e fuori controllo. Un fronte vasto di associazioni e papa Leone hanno chiesto inutilmente un atto di clemenza per onorare il Giubileo dei detenuti nel nome di papa Francesco.

Nel giorno di Sant’Ambrogio l’arcivescovo Mario Delpini ha rivolto alla città di Milano un discorso memorabile in cui ha denunciato l’intollerabile situazione delle carceri e ha fatto risuonare la voce dimenticata di Cesare Beccaria: “La Costituzione della Repubblica italiana è tradita nelle reali condizioni dei carcerati. La Costituzione è smentita dall’accanimento progressivamente repressivo delle indicazioni normative. Sono impraticabili percorsi accessibili a tutti per il reinserimento dei colpevoli di reati nella convivenza sociale.

Le condizioni di squallore, di degrado e di violenza non facilitano il riconoscimento del male compiuto. Piuttosto suscitano rabbia, risentimento, umiliazioni. Si può prevedere che persone così maltrattate in carcere saranno persone più pericolose fuori dal carcere: hanno imparato a odiare le istituzioni piuttosto che assumere la responsabilità di essere cittadini onesti. Le condizioni di detenzione sono insostenibili per il sovraffollamento.

Il rimedio al sovraffollamento non potrà essere l’incremento della spesa di denaro pubblico per costruire altre prigioni”. L’appello finale chiede di non essere complici. Il garante dei diritti dei detenuti Riccardo Turrini Vita ha invocato un provvedimento di amnistia e indulto. Caro Presidente, Lei ha uno strumento nelle sue mani, di cui è titolare esclusivo, il potere di grazia, per rispondere a straordinarie esigenze di natura umanitaria, che sono attuali. Annunci nel discorso di fine anno che il 2026 sarà un anno di grazia e sentiremo risuonare dalle carceri un applauso di gioia e di speranza. E forse così riusciremo a fermare la strage.

L’Espresso su Ristretti Orizzonti

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