Sicurezza deriva da “sine cura” cioè senza preoccupazione e da alcuni anni se ne parla molto. In questo contributo verranno presi in considerazione alcuni modi di concepire la sicurezza e i riflessi a livello della salute mentale.
Sicurezza come ordine
Nel dibattito pubblico l’accezione prevalente di sicurezza è quella di “ordine pubblico” considerato quasi come sinonimo (ad esempio i “decreti sicurezza”) lasciando nell’ombra una sicurezza in ambito “privato”.
Ordine pubblico
Se sicurezza è ordine pubblico, l’attesa è che non vi siano di reati nello spazio pubblico che spesso viene considerato come quello “di tutti e di nessuno”. Il pubblico così concepito tende a divenire un “non luogo” che secondo Marc Augé, non ha identità, relazioni o storia e caratterizza la modernità liquida della rete dove la realtà è reale e virtuale insieme, sempre individuale e mai pienamente comune e condivisa.
Uno spazio dove vi deve essere un potere in grado di vigilarlo anche con le nuove tecnologie e di assicurare un ordine “asettico”, aconflittuale e apparentemente apolitico. Ordine da ottenere con controlli, limitazioni preventive della libertà e sanzioni, a carico di specifiche categorie di persone considerate “pericolose” o “indesiderate” (“qui non deve restare”) da punire ma soprattutto da allontanare verso un altrove, più immaginario che reale.
Questo prevale rispetto all’idea di costruire e vivere uno spazio pubblico “antropologico”, di senso co-costruito nell’incontro dialettico nella coesistenza delle diversità con un’etica della responsabilità che è in crisi.
Tanto che durante la pandemia, a fronte di cogenti necessità sanitarie a tutela di tutti ed in particolare dei soggetti più fragili, la limitazione della libertà di circolazione, l’obbligo di mascherina e di vaccinazione venne fortemente contestato e violato, pur in presenza di sanzioni per altro revocate dall’attuale governo che fa della certezza della pena un suo intendimento.
Se la società non esiste ma vi sono solo individui è di questi che occorre regolare i comportamenti in particolare quelli visibili e disturbanti per gli altri e per il potere. Vi è molta attenzione alla microcriminalità, al piccolo spaccio e a preservare il decoro urbano affinché “indesiderati” non stazionino nei non luoghi e non danneggino le persone, i commerci (ben più compromessi da quello on line), gli affari, gli spostamenti e l’immagine turistica della città. In altre parole l’ordine pubblico dei non luoghi dipende da un nemico o meglio “non persone” che non devono esservi, esprimersi né essere testimonianza: da non luoghi a non persone.
In secondo piano invece sono i reati “inapparenti” come quelli finanziari (certe scalate…), l’evasione fiscale (grande e piccola), dei “colletti bianchi” che danneggiano gravemente tutti, lo Stato ed in particolare i servizi pubblici (anche quelli per la sicurezza) ma che non vengono stigmatizzati e perseguiti ma sono silenziosamente tollerati, giustificati e condonati. Lo stesso per i reati ambientali, sul lavoro che non sono stigmatizzati e finiscono spesso con l’essere collocati nell’ambito della fatalità, invisibilità e le responsabilità sono sempre tutte da accertare. Scompaiono vittime e familiari e il senso di ingiustizia e indignazione rimane impotente e privo di ascolto. I fatti diventano non reati?
Restano fuori dalla regolamentazione della legge, le grandi multinazionali che pretendono di muoversi liberamente, senza pagare tasse, rispettare le norme sul lavoro, andando ben oltre l’ambito nazionale. Di contro abbiamo la “guerra alla droga” che colpisce il piccolo spaccio in particolare i venditori e mai gli acquirenti (i margini di tolleranza vengono ristretti ai consumi legali seppure altrettanto dannosi quanto quelli illegali) mentre i grandi traffici di droga non sono intaccati così il riciclaggio di denaro e la collusione con finanza e costruzioni restano nell’ombra. Vi sono reati verso i quali essere inflessibili ed altri tollerati e condonati fino a situazioni ormai molto estese di totale deregolamentazione e sostanziale impunità (ad es. la rete, ove aumentano i reati).
In sostanza l’ordine pubblico persegue “disturbanti” e “indesiderati” e con essi tende anche a neutralizzare dissenso e proteste. Queste vengono represse giungendo a norme in contrasto con la Costituzione in quanto limitano le libertà, le possibilità di manifestazione considerate concorso esterno ad azioni antigiuridiche. I disturbanti vanno allontanati, rinchiusi o eliminati. Su questa base è evidente che, per queste “non persone”, debbono esservi contenitori: le carceri, i centri per migranti (CPR) ma in questa linea si arriva ad ipotizzare anche ospedali psichiatrici, scuole speciali, campi, ghetti, discariche sociali…. Ove collocare vite di scarto (Bauman). Un problema fondamentale per un sistema di welfare pubblico universale fondato su accoglienza, inclusione, coesistenza, solidarietà. Un pericolo se la psichiatria viene subordinata all’ordine pubblico e alla giustizia, visto che nella sua storia, in nome della sicurezza ha praticato l’istituzionalizzazione dell’uso della violenza e della costrizione, rispetto ai soggetti ritenuti pericolosi a sé e agli altri e con condotte di pubblico scandalo (l.36/1904). Ed anche dopo le leggi 180 e 81, persistono le misure di sicurezza detentive e non detentive.
Nella modernità liquida, sono aumentate le modalità di controllo (diretto e indiretto) dell’informazione e forme di autocensura verso un potere che si fa risoluto ma non ancora assoluto e cerca accondiscendenza più che consenso mediante l’intimidazione e la sudditanza con l’obiettivo di avere sia l’indifferenza e il disimpegno sia il favore di masse silenziose più che in adunate inneggianti. L’attacco al politicamente corretto e alle culture woke, finisce con l’attaccare le diversità e a dare sfogo alle discriminazioni fino al razzismo.
Nel complesso viene via via ridotto il senso di responsabilità reciproca e persino l’obbligo del soccorso e la solidarietà umana. Un processo che non deve evidenziare privilegi enormi e gravissime diseguaglianze.
Viene implicitamente reinterpretato il patto sociale e lesa la visione della vita come destino comune, che va tutelata attraverso la cura delle persone, dei viventi, dell’ambiente come ha indicato Papa Francesco nella Laudato Si.
Ordine privato
L’altra faccia della medaglia è l’ordine privato che si basa sulla convinzione che la proprietà e la vita debbano essere totalmente autotutelate non solo come privacy ma anche rispetto ad ogni attacco o limitazione e regolamento. “A casa mia faccio quello che voglio”. Lo stato deve stare fuori e “non mettere le mani nelle tasche dei cittadini”.
L’ordine privato è psicologicamente sottratto alla legge: l’educazione dei figli è considerata un potere privato dei genitori (Bibbiano, la vicenda della famiglia nel bosco sono emblematiche) lo stesso per quanto attiene le vaccinazioni (non solo Covid, ma tutte quelle obbligatorie, tanto che vi è un aumento preoccupante del morbillo) e persino l’educazione affettiva e sessuale nella scuola. La responsabilità genitoriale scarsamente sostenuta, viene richiamata a fronte di condotte devianti dei figli e talora anche sanzionata in caso di mancata frequenza scolastica (decreto Caivano) e porto di coltelli (ultimo decreto “sicurezza”).
La famiglia e la casa sono sacre, da difendere con tutti i mezzi, con allarmi e armi che possono essere usate invocando la legittima difesa. Lo stato deve rinunciare al controllo ma anche a promuovere i diritti mediante azioni di tutela, educative e sanitarie. Così si mantengono i rapporti di potere, spesso di tipo patriarcale con una sostanziale sottomissione femminile di cui non si promuove l’emancipazione. Con qualche bonus le famiglie devono arrangiarsi come meglio possono nella cura dei figli, delle malattie, della cronicità e disabilità. Le persone vengono lasciate nella solitudine e nell’isolamento anche di fronte al fine vita e nella morte (sono in aumento quelle solitarie, in giapponese kodokushi).
Questo lassez faire è vicino all’abbandono e non sottende affatto la promozione dell’autodeterminazione ma al contrario nella propaganda narra una visione moralistica e autoritaria su come si deve vivere e morire. Ripone tra i non detti che lo Stato in nome degli interessi del potere e dei potenti, possa coercire le persone alla guerra: la vita non appartiene alle persone. È una prospettiva che nei conflitti armati in corso non viene presa in considerazione, non ammette obiezioni.
Fa riflettere che in un trend di calo dei femminicidi, quelli intrafamiliari non sono diminuiti. Le posizioni sulla famiglia non mirano a promuovere le diversità e a cogliere come oggi è realmente costituita (solo la metà sono di tipo tradizionale). Si tende ideologicamente, anche con richiami religiosi, a prefigurare una famiglia “normale” discriminando tutte quelle che si differenziano (famiglie omosessuali, single con figli, careleaver, con diverse culture ad esempio). La costituzione artificiosa di una norma introduce implicitamente criteri di valutazione, che finiscono per avere un peso in diversi ambiti. Ad esempio nella tutela dei minori dove il loro preminente interesse viene interpretato in realtà come secondario ad un prioritario diritto dei genitori ad essere “proprietari” del bambino e magari contenderselo in estenuanti e penose separazioni conflittuali. Viene attaccato il ruolo pubblico dei servizi sociali a tutela dei diritti dei minori per i quali è essenziale la professionalità di assistenti sociali, educatori e psicologi a loro volta minacciati e offesi. Questo rende difficile anche l’applicazione di norme come il Codice Rosso, perseguire i maltrattamenti intrafamiliari, che pure sono normati.
Il governo pubblico abdica rispetto all’azione perequativa ma attua quelle che una volta si sarebbero definite politiche di classe. Tutto questo porta, tra l’altro, ad una deformazione della percezione del rischio e delle risposte. Ad esempio a fronte di meno di 300 omicidi/anno, molti dei quali domestici o attuati nell’ambito di relazioni. Vi sono oltre mille morti sul lavoro e quattromila morti sulle strade. Per non parlare delle morti evitabili da inquinamento atmosferico, uso di tabacco e alcool. In questi casi la sicurezza dipende da altri fattori ed è parte di diverse politiche e non tanto dell’ordine pubblico.
Il bisogno di sicurezza
Come noto, Maslow identifica dopo i bisogni fisiologici (respiro, alimentazioni, sonno, omeostasi, sesso) il bisogno di sicurezza (fisica, salute, morale, abitativa, occupazionale). Anche dal punto di vista psicologico è molto importante tenerlo presente, magari ponendo le diagnosi sociali (Codici Z dell’ICD) accanto a quelle categoriali. Viene da chiedersi perché quando si parla di sicurezza non si valutano questi aspetti, in quanto le condizioni di povertà e disagio correlano con la violazione della legge?
Un approccio securitario non risponde a questi bisogni. La detenzione è molto costosa (160 euro/die), temporanea, spesso non emancipativa e gravata da recidive. Interventi più articolati e complessi potrebbero essere più efficaci se prendono in considerazione questioni di base come documenti, residenza, lingua, casa, lavoro… Purtroppo in molti casi la questione sociale non viene modificata dalla permanenza negli Istituti di Pena, né nei CPR. Le modifiche della legislazione in materia di migrazioni e cittadinanza per ridurre la clandestinità e la depenalizzazione delle droghe potrebbero ridurre le tipologie di reati e aumentare la sicurezza. Lo stesso per quanto attiene l’introduzione del numero chiuso negli Istituti di Pena.
Sul bisogno di sicurezza incide la perdita della esigibilità dei diritti alla salute, all’educazione, alla casa, al lavoro e le attività rivolte all’infanzia. Vi è un abbandono che diviene violenza istituzionale nel momento in cui vengono applicate norme discriminanti che aumentano le disuguaglianze, detassano i ricchi e viene tollerata l’evasione fiscale mentre si è inflessibili con i dipendenti, pensionati e percettori di aiuti come il reddito di cittadinanza. Il lavoro spesso è povero e precario, gli alloggi mancano.
Carente è il diritto all’assistenza a persone disabili e non autosufficienti. Tutto questo deve restare silenzioso e invisibile e non divenire politico. Se si esprime in forma sofferenza, in atti disperati (suicidi per gli sfratti, omicidi-suicidi per solitudine assistenziale) vengono a far parte solo della cronaca. Di fronte a protesta, rabbia e conflitto non c’è ascolto ma spesso solo indifferenza o fastidio (piazzate sono state definite le richieste delle popolazione di Niscemi colpita dalla frana) o magari una risposta della forza pubblica. Questa viene attivata anche di fronte a violazioni di piccola entità (persone senza biglietti degli autobus) con risvolti spesso molto pesanti per le persone (che rimediano denunce per oltraggio) e per gli operatori, messi a rischio per pochi euro.
Sembra mancare la capacità di fare letture complessive, universali e dialogiche mentre si alimentano le visioni riduzioniste, discriminanti, che identificano nemici, coloro che causano i problemi (di solito) i migranti di colore, da non accogliere, non assistere e aiutare nei viaggi migratori, nemmeno quando sono in pericolo di vita, e magare da rimpatriare in massa. Indesiderati e in fondo meno umani, non umani.
Una visione regressiva che rischia di riguardare, via via tutti e non coglie i bisogni della popolazione italiana (ed europea) e la sua capacità di accoglienza e solidarietà ma espande i linguaggi violenti, di odio e razzisti che orientano verso forme di difesa privata e facilitano culture di guerra, la diffusione delle armi senza tenere conto di quali siano le conseguenze come insegnano le esperienze di altri Paesi (USA in primis). Per la sicurezza è invece utile ridurne la presenza e proibirne la circolazione (compresi i coltelli).
Il tema della sicurezza si pone in salute mentale, nei servizi anche a seguito di alcuni omicidi di professionisti. In questa sede non vorrei richiamare le norme per la sicurezza delle cure e per prevenire le aggressioni né le condizioni psicopatologiche e di intossicazione che possono aumentare l’aggressività, quanto cercare di evidenziare alcuni fattori che sembrano più profondi di tipo sociale e psicologico.
Povertà vitale
Povertà vitale e salute mentale sono profondamente legate in quanto le condizioni di precarietà economica, abitativa, lavorativa e relazionale aumentano il rischio di sofferenza psichica; allo stesso tempo, il disagio mentale può compromettere l’accesso al lavoro, al reddito e alle reti sociali, creando un circolo vizioso di esclusione. E non si tratta solo di fragilità dei singoli individui, ma dell’esito di disuguaglianze sociali e politiche strutturali. La povertà vitale correla anche con le condotte antigiuridiche. Per creare sicurezza occorre affrontare questi aspetti.
Se la salute è un diritto fondamentale della persona e un interesse della collettività è assai rilevante creare un contesto sociale e culturale tollerante e ridurre intolleranza e tendenze espulsive e abbandoniche. Non è adeguato considerare la salute solo una condizione individuale in quanto la mente è incarnata, enattiva, relazionale. Questo apre le necessità di educare alla relazione, alla solidarietà e responsabilità reciproca in una visione olistica (One Health).
La sicurezza come diritto implica i doveri e la consapevolezza che si tratta di bene relazionale da costruire nella reciprocità con un impegno pubblico equo e solidale da cui discende armonia e benessere. La sicurezza è multideterminata e non è dipendente da un solo fattore né può essere ridotta al solo ordine pubblico. Sicurezza è un insieme di diritti e doveri che implicano anche un forte impegno pubblico. Dalla sicurezza come ordine pubblico, al pubblico che crea sicurezza mediante un ordine sociale più giusto. Giustizia è sicurezza.
Il background della sicurezza
La sicurezza, la cui primaria declinazione è relazionale e sociale, va assicurata dal genitore al bambino e va appresa nel corso della crescita imparando a gestire i pericoli esterni e interiori, a farlo nel rapporto con l’altro come condizione co-costruita nel rispetto, equità, giustizia. Il come si costruisce, si vive e si mantiene la sicurezza diviene fondamentale per regolare le risposte al pericolo. Mediante un attaccamento sicuro le reazioni di attacco-fuga, freezing potranno essere sostituite da forme più evolute. Tuttavia le forme più arcaiche possono riattivarsi, specie se le forme di funzionamento mentale e relazionale più mature vengono compromesse.
A questo proposito va ricordato che il concetto di background di sicurezza (Sandler): il bisogno di sicurezza è un costrutto sovraordinato che ha un ruolo fondamentale nel comportamento umano, permettendo di mantenere un equilibrio tra vulnerabilità emotiva/angoscia e minacce percepite. La sicurezza psicologica si basa sulla capacità dell’Io di gestire conflitti interni e di creare una struttura e uno spazio interno, che consentono di affrontare il mondo esterno senza soccombere alle minacce percepite e le ansie interne. Vi è quindi la complementarietà tra angoscia e sicurezza. Il concetto di sicurezza di Sandler si avvicina alla nozione di “base sicura” (Bowlby) e di mondo interpersonale (Stern) e rimanda alla qualità del contesto sociale.
Conclusioni
L’accezione della sicurezza come ordine di un ambito pubblico inteso come “non luogo” rischia di portare ad rappresentazioni sociali di “non persone” disturbanti, pericolose a sé e agli altri o che hanno condotte di pubblico scandalo che devono essere allontanate. Questa linea riguarda anche i servizi del welfare e rischia di riaprire strutture a valenza manicomiale. L’ordine pubblico silenzia la protesta e il disagio, anomizza i non luoghi in un clima di controllo e sudditanza. L’ordine privato è delegato ai singoli, all’autodifesa ritenuta sempre legittima, la sofferenza resta interna alle famiglie che devono trovare senso e modalità di farvi fronte. Ciò sclerotizza le relazioni, favorisce l’arrangiarsi, e fenomeni abbandonici senza promuovere emancipazione specie femminile e speranze per i giovani. Dal punto di vista psicologico vi è un bisogno di sicurezza, una base sicura per creare un equilibrio tra vulnerabilità e pericolo. La sicurezza come bene relazionale, implica ruoli adulti, una reciproca responsabilità, la risposta ai bisogni di base con interventi basati sui diritti sociali, su progetti di vita che vedano un destino comune. Interventi securitari ed espulsivi basati su attacco-fuga, rischiano di non facilitare i processi evolutivi e integrativi di Sé e dell’Altro.
La sicurezza come bisogno complesso deve basarsi su relazioni, che possono prevedere limiti in un’ottica educativa che si basi sulla comprensione (non giustificazione) delle condizioni delle persone, delle loro necessità affinché si possa imparare insieme a costruire sicurezza, salute e benessere con responsabilità nel rispetto reciproco dei diritti e doveri. Questo implica una visione adulta equilibrata, armonica, capace di dare esempi, di essere modello. L’autorevolezza come strumento per la sicurezza riferimento per essere accolti e compresi. Un punto su cui adulti e potere hanno molto da interrogarsi sia come esempio sia per come oggi viene colto il disagio e la sofferenza delle persone.
Serve la capacità di rispondere alle motivazioni, agli stati affettivi mediante le relazioni e in contesti in grado di garantire ascolto e partecipazione consapevole magari anche conflittuale volta alla creazione di eguaglianza, pace, giustizia sociale e ambientale. Un rinnovato patto sociale, che riscrive la dinamica tra pubblico e privato, e unisce in un destino comune, sicurezza, speranza e pace. Pensare alla sicurezza come un progetto di cura: delle persone, delle famiglia, delle fragilità visibili e invisibili, dell’ambiente. Un’infrastruttura sociale che crea legami, capitale sociale e welfare di comunità.
Dal 1999 ha svolto diversi incarichi di direzione e dal 2012 è Direttore del Dipartimento Assistenziale Integrato Salute Mentale Dipendenze Patologiche dell’AUSL di Parma. Dal luglio 2022 svolge le funzioni di Subcommissario Sanitario.
Nel 2013 ha curato l’apertura della Residenza Sanitaria per minori di San Polo di Torrile e nel 2015 della REMS di Casale di Mezzani, ha curato il completamento della Fattoria di Vigheffio e l’innovazione organizzativa dei servizi di salute mentale in collaborazione con Università di Parma, Enti del Terzo settore, Ospedali e strutture accreditate, volontariato.
Ha promosso la partecipazione degli utenti e dei familiari attraverso la promozione di corsi di formazione, l’automutuoaiuto, l’associazionismo.
Dal 2010 al 2020 è stato Presidente della Delegazione Trattante con le organizzazioni sindacali. E’ componente diversi gruppi di lavoro della Regione Emilia Romagna: per la chiusura degli OPG, percorsi dei pazienti affetti da disturbi mentali autori di reato e la tutela dei minori.
Dal 2021 membro della Cabina di Regia presso Agenas per la lista di attesa nelle REMS.
Componente della Consulta per la Salute Mentale della Regione Emilia Romagna della Consulta di cui dal 2015 al 2021 ne è stato vicepresidente.
Coordina il gruppo regionale per il Budget di salute e collabora con l’Istituto Superiore di Sanità nel progetto “Persona, individuo, cittadino” che ha formulato le linee di indirizzo per l’applicazione a livello nazionale del Budget di salute.
Nel 2021 ha preso parte come coordinatore alla Conferenza nazionale sulla salute mentale promossa dal Ministero della Salute.
Docente presso corsi professioni e scuole di specializzazione. Autore di 210 pubblicazioni di articoli scientifici e 5 libri, su psichiatria, psicoterapia e organizzazione dei servizi.




Pietro Pellegrini 